La bufala dei cerchi nel grano perchè la gente continua a crederci?

Bugie, credenze popolari, leggende metropolitane come classificare tutte quelle storie che negli anni si sono così radicate nella società e che ormai sembrano vere in quanto entrate a far parte dell’immaginario collettivo?

Tra quelle che vanno di moda grazie ad Internet e al passaparola è quella dei cerchi fatti nel grano, figure artistiche che affascinano chi le guarda. Realizzate dagli alieni? Da misteriosi vortici di plasma? Niente di tutto questo ovviamente, si tratta di immagini disegnate da gruppi di persone (circlemakers) usando i campi di grano come se fossero dei fogli di carta.

Di solito chi li realizza cerca di nasconderci dentro un significato in questo modo aumenta la curiosità e il mito continua a diffondersi sempre di più.

Nella notte tra il 20 e il 21 giugno 2014 ne è stato realizzato uno nel comune di Poirino (TO)

Gli autori sono Francesco Grassi, Paolo Attivissimo, Marco Morocutti, Simone Angioni, Antonio Ghidoni, Davide Dal Pos, Alessandra Pandolfi. Il cerchio nel grano misura circa 65 metri x 120 metri

Rappresenta una bellissima opera d’arte ma niente di più. Ci sono comunque altri esempi di cerchi nel grano famosi i cui autori sono ben conosciuti, ricordiamo tra tutti.

Il logo di Firefox (il famoso panda rosso) realizzato da un team di 12 persone (studenti dell’università dell’Oregon), sempre in una notte.

Non poteva poi mancare il cerchio nel grano di “Hello Kitty” realizzato per onorare il trentesimo anniversario della creazione del personaggio.

Perchè quindi si continua a credere al fenomeno dei cerchi nel grano ed ad altri eventi che non hanno una base scientifica? Ricercatori che lavorano nel campo delle neuroscienze credono che riguardi un aspetto insito del nostro cervello. Processi semantici astratti, l’immaginazione, l’interpretazione degli intenti e delle emozioni. Siamo quello che siamo forse anche grazie a questo, la dote che abbiamo nel cercare di vedere oltre la realtà che percepiamo, fa parte di noi.

Riferimenti:
https://www.facebook.com/francesco.grassi66
https://sites.google.com/site/grassi66/Home/cropcircles
http://attivissimo.blogspot.ch/2014/06/il-cerchio-nel-grano-di-stanotte.html
http://boingboing.net/2014/06/21/huge-crop-circle-in-italy.html
http://www.pikaia.eu/EasyNe2/Notizie/La_credenza_nel_cervello.aspx

Ricercatori decodificano come il cervello si risveglia dallo stato di coma

Il coma farmacologico è una tecnica usata dai sanitari per mettere il nostro cervello in uno stato di “stand-by” , proprio come accade quando spegniamo il nostro televisore dal telecomando, si porta il corpo in una situazione di consumo energetico il più basso possibile usando vari farmaci barbiturici, anestetici ed oppiacei.

L’interruzione del coma indotto, il risveglio non è così semplice come premere un tasto del telecomando per riuscire ad accendere la tv, ma c’è una procedura progressiva che viene seguita e si basa sulla diminuzione dei farmaci che si sono accumulati nell’organismo nel corpo del paziente. I processi vengono studiati dai medici attraverso strumenti medici che usano la tecnica del neuro-imaginig che permettono di osservare il cervello.

Immagini del cervello

Uno studio recente dei ricercatori del Weill Cornell Medical College di New York, pubblicato il 9 giugno su PNAS suggerisce che il cervello segua un certo percorso prestabilito (pattern) e graduale verso lo stato di coscienza.

I ricercatori hanno esaminato modelli di attività del cervello, ipotizzando che l’attività segue un percorso strutturato. I ricercatori volevano sapere se il cervello si sposta da uno stato di un’attività a uno stato successivo, in modo graduale, oppure se il cervello può andare da qualsiasi dato stato ad altri stati senza seguire un percorso prestabilito.

Processo di risveglio

Tra la fase di Sveglio (Awake) a Coma, il cervello passa progressivamente e bruscamente attraverso modelli di attività. Ogni ovale nella foto rappresenta uno stato di discreta attività, e le frecce mostrano le transizioni tra loro.

Conoscere la presenza di questi stati aiuterà a migliorare le procedure che si seguono per il risveglio del paziente. Essendoci un numero elevato di stati in cui si può trovare un cervello in coma, gli studiosi credono che ci sia una guida ben precisa per la riattivazione si potrebbe pensare come paragone alla serie di passi ordinati che vengono eseguiti dal computer per riaccendersi dopo che è stato messo in stand-by. Il cervello passa progressivamente e bruscamente attraverso stati discreti, e mentre le transizioni tra alcuni di questi stati di attività vengono spontanei, le transizioni tra gli altri non lo sono ed è proprio su questi che il medico potrebbe agire per favorire il risveglio dal coma.

Pareidolia,il fenomeno per cui la mente tende a dare un significato a una figura ambigua

La pareidolia è un fenomeno psicologico in cui si percepisce uno stimolo (visivo o sonoro) vago e casuale, erroneamente interpretato come una forma riconoscibile. Uno degli esempi più classici è probabilmente quello delle osservazioni delle nuvole. Chi di noi non ha trascorso del tempo a guardare le nuvole provando ad assegnare una forma ad ognuna? Oggi giorno sulla Rete, abbondano esempi di fotografie anche fatte dalle sonde su altri pianeti (vedi Marte) oppure una nuvola o semplicemente una macchia sul muro, in cui le persone affermano di vedere le immagini, volti di persone, animali.

Formazione naturale in Alberta(Canada) nota come il Guardian Badlands, sembra simile a un nativo americano che indossa un copricapo e  un paio di auricolari. Latitudine 50.010262, Longitudine -110.113747

Il nostro cervello divide il mondo in schemi, prova ad interpretare schemi in tutto il mondo che ci circonda. Il nostro vantaggio evolutivo su altre specie si basa sul fatto che possiamo imparare l’esperienza dei nostri antenati. La pareidolia  ha a che fare con l’esperienza. Quando proviamo a risolvere un problema, abbiamo bisogno di trovare somiglianze con qualche problema precedentemente risolto e questo ci aiuta in quanto risparmiamo tempo (come si dice, non dobbiamo reinventare la ruota). La ricerca delle somiglianze (pattern recognition) è anche ciò che ci permette di distinguere i volti, i suoni (voci). La pareidolia è una caratteristica intrinseca dell’evoluzione del nostro cervello e dei centri adibiti al riconoscimento.

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Una cassette delle lettere, sembra proprio un viso

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Un normale lavandino , voi cosa vedete?

Noi esseri umani, facciamo fatica a vedere forme casuali, cerchiamo sempre di associare un senso, qualcosa che il nostro cervello riconosce. Dove c’è solo una macchia, un’ombra, vediamo forme, volti e tutto ciò che arriva dalla nostra immaginazione. Siamo suggestionabili, la suggestionabilità ha anche a che fare con l’empatia, che è  legata al tema dei modelli per il riconoscimento di un altro in quanto tale. Non c’è che dire! lo studio del comportamento della mente, riserva davvero tante sorprese.

Bibliografia:

http://www.gravita-zero.org/2008/01/ce-vita-su-marte.html

http://oggiscienza.wordpress.com/2011/03/07/l%E2%80%99elefante-nella-nuvola-il-batterio-nel-meteorite/

http://www.galileonet.it/master/4fa1146572b7ab1b3a00002f

http://www.queryonline.it/2012/02/08/%E2%80%9Cbizzarre-illusioni%E2%80%9D-alla-scoperta-del-mondo-della-pareidolia/

http://www.queryonline.it/2012/05/04/rovine-di-una-citta-scoperte-su-marte/

http://mashable.com/2012/05/02/bing-new-design/?replytocom=18131359#608311-Th…

http://it.wikipedia.org/wiki/Pareidolia

Gli occhi sono lo specchio dell’anima, ma come sono fatti e come funzionano? Mini indagine sul nostro sistema visivo.

Riguardo agli occhi si è scritto e detto tanto, dalla poesia alla filosofia e non ultimo nel campo scientifico potete trovare pagine e pagine dedicate a questo fantastico strumento che fa parte del nostro corpo e di quello di molti esseri viventi. L’occhio ha la forma grossolanamente sferica, una sfera cava composta da un guscio formato da un tessuto bianco (SCLERA).


Primo piano di un ingrandimento microscopico di un bulbo oculare

La diversità degli occhi tra specie dipende da una questione di adattamento delle stesse all’ambiente (fattori ambientali e climatici). Non solo la forma dipende da questi fattori ma anche il colore dell’iride, marrone, azzurro, verde esistono diversi colori dell’iride, il colore diverso indica una un grado diverso di sopportazione della luce.Ad esempio, gli occhi scuri sopportano meglio la luce più forte cosa che non avviene per occhi chiari tipici delle popolazioni del nord.

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L’apertura da cui entra la luce nei nostri occhi si chiama pupilla è risiede nel centro dell’iride. Le sue dimensioni vengono regolate dall’iride che controlla la quantità di luce che entra nell’occhio.La luce poi passa dal cristallino che è una lente che serve a mettere a fuoco l’immagine che infine viene proiettata sulla retina.Ogni retina è composta da 7 milioni di coni che rilevano i colori e 12 milioni di bastoncelli che rilevano le forme chiare e scure così come i movimenti.L’immagine che viene proiettata sulla retina è capovolta rispetto a ciò che sta davanti ai nostri occhi Dopo che la luce giunge alla retina di ogni occhio, questa informazione viene trasportata ai due emisferi del nostro cervello. Qui prendono vita le immagini: si capovolgono, si colorano, assumono le tre dimensioni della realtà e sono unite in una sola immagine dal cervello. Se però il risultato è incompleto o confuso, ci pensa il cervello a trasformarlo in un’immagine tridimensionale completa.

L’occhio umano ha sicuramente molti pregi tra cui vanno citati:

  • la velocità alla risposta degli stimoli luminosi (risposta di tipo tipo logaritmico) ovvero siamo in grado di percepire sia il bagliore di un fulmine che la fioca luce di una stella. Se così non fosse, saremmo ciechi al di sotto di un certo livello d’illuminazione o costantemente abbagliati in presenza di luci molto forti.
  • l’autoregolamentazione della messa a fuoco, anche detta accomodazione, è quel processo di adattamento del cristallino che permette all’occhio di ottenere immagini nitide di oggetti.
  • la diaframmatura automatica della pupilla che regola la quantità di luce che arriva alla retina. La pupilla, si dilata quando l’ambiente è scuro e si restringe in presenza di forte luce.

A volte l’occhio o meglio il cervello si lascia prendere in giro dalle illusioni ottiche.
Il nostro cervello ricostruisce velocemente le scene basandosi su meccanismi innati ed esperienze personali, che creano nella memoria particolari “modelli”, come immagini a tre dimensioni, figure geometriche o facce.

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Un vaso o due facce una difronte all’altra?

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Illusione di Müller-Lyer anche se i due segmenti hanno la stessa lunghezza, vengono percepiti come di misura differente

Una dimostrazione di come l’occhio sia solo uno strumento per fortuna intercambiabile del nostro corpo, esempi del genere introducono a quella branca della scienza che rientra nella categoria delle scienze cognitive, nonostante ci sia la consapevolezza che i due segmenti sono uguale dimensione, riusciremo difficilmente a vederli tali.

Bibliografia:
http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=533
http://it.wikipedia.org/wiki/Scienze_cognitive

Il comportamento del cervello umano verso gli oggetti antropomorfi, la teoria dell’Uncanny Valley

Un oggetto si dice antropomorfo, quando ha un aspetto simile all’uomo o che ricorda sembianze umane. Prendiamo ad esempio una bambola, a chi di noi non è mai capitato di guardare una bambola e di esclamare: “è davvero inquietante!” Ebbene alcuni scienziati, (evidentemente anche loro inquietati da una bambola) si sono chiesti perché il nostro cervello reagisca con disgusto ad alcuni oggetti antropomorfi, mentre provi sentimenti di tenerezza per altri.

Osservate le due figure:

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(Wall-E protagonista dell’omonimo capolavoro della Pixar)

la prima, decisamente molto assomigliante ad una umana, ci trasmette una sorta di repulsione, mentre la seconda è per noi un grazioso robottino che ispira con quel non so che di umano.

Nel 1970 uno studioso di robotica, Masahiro Mori, pubblicò un articolo sulla rivista Energy , proponendo la teoria dell’Uncanny Valley. La ricerca di Mori aveva lo scopo di indagare come la percezione di “familiarità” nell’uomo variasse al crescere della somiglianza di un robot o di un automa, proprio alle fattezze umane. Egli notò che all’aumentare del realismo di un robot antropomorfo, diminuiva bruscamente la sensazione di piacevolezza e parallelamente aumentava il senso di inquietudine (da cui l’aggettivo uncanny – inquietante). Mori al termine dei suoi esperimenti, rappresentò graficamente questo andamento su un piano cartesiano. Sulle ascisse troviamo i valori della “somiglianza all’uomo” (human likeness) e sulle ordinate quelli della “familiarità o empatia” (familiarity).

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(Fonte wikipedia – vedi bibliografia)

Mori scoprì anche che esiste una notevole variazione dell’andamento della familiarità tra robot “fissi” senza la possibilità di muoversi e robot con la capacità di movimento. In entrambi i casi però, superata una soglia critica, e cioè una soglia di “eccessiva somiglianza con l’uomo”, la percezione gradevole cade bruscamente, fino a raggiungere i valori negativi di repulsione e ribrezzo (es. gli zombie per il grafico degli oggetti in movimento e i cadaveri per quelli fermi).

La teoria dell’Uncanny Valley è stata applicata non solo alla robotica e all’intelligenza artificiale, ma è tuttora tenuta in forte considerazione per la creazione di film animati e videogiochi affinchè l’uomo possa provare empatia per i protagonisti.

Hiroshi Ishiguro, direttore del Intelligent Robotics Laboratory della Osaka University, ha fatto della robotica la sua ragione di vita. La sfida continua del Professor Ishiguro è superare quella soglia critica per cui un robot antropomorfo risulti accettabile dalla mente umana.

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A sua immagine e somiglianza è il robot gemello mostrato nella foto. Sbaglio o a quanto pare il Prof. Ishiguro ha ancora da lavorare? A parte le battute, l’Uncanny Valley rappresenta ancora  un’alta montagna da scalare per gli scienziati; non è solo il campo della robotica che viene coinvolto, ma anche quello della neurologia e della psicologia.

Per chi vuole approfondire infine, un simpatico video ci spiega a fumetti, la teoria dell’Uncanny Valley (posizionate il cursore sul video e cliccate sul simbolo “cc” per attivare i sottotitoli)

Bibliografia:

http://ivanreyes.tv/video/revisiting-the-uncanny-valley-scary-dental-training…
http://it.wikipedia.org/wiki/Uncanny_valley
http://www.androidscience.com/theuncannyvalley/proceedings2005/uncannyvalley….
http://jaygoldman.com/2008/11/hiroshi-ishiguro-is-bridging-the-uncanny-valley/
http://www.damninteresting.com/a-walk-in-the-valley-of-the-uncanny/

Perchè gli animali non parlano?

In verità la domanda è malposta, la domanda corretta dovrebbe essere : “Perchè gli animali non parlano come l’uomo?”. E’ ormai infatti assodato che ogni specie animale ha un proprio linguaggio basato a volte sugli odori, su i versi, sul contatto ed inoltre la maggior parte delle specie più comuni possiedono un complicato linguaggio del corpo.

La comunicazione non è una prerogativa umana ma è alla base dei vari gruppi di esseri viventi che la utilizzano nei modi più appropriati,si comunica per trasmettere qualcosa, per far capire, per influenzare, per ottenere una reazione così come nel mondo animale così in quello “umano”. A ben pensare a prima vista il linguaggio animale sembrerebbe più completo del nostro,noi usiamo la parola,ma quante volte noi non riusciamo a capire o non riusciamo a farci capire da chi ci sta di fronte. Comunque, l’uomo è stato capace di sviluppare linguaggi ben più complessi di quello vocale, linguaggi come la matematica dove non ci possono essere fraintendimenti.

Riprendendo la domanda posta all’inizio, negli anni passati alcune ricerche avevano posto la possibilità che abbia un ruolo, nell’impossibilità di poter parlare da parte degli animali, un gene noto come Foxp2, la cui composizione è simile in quasi tutti i vertebrati ma si è scoperto che lo stesso gene ha differenti funzioni negli animali e nell’uomo. In questo ultimo ha la funzione di regolare le abilità cognitive necessarie per il linguaggio mentre negli animali é importante per la coordinazione dei muscoli implicati nell’emissione di suoni. Senza però tirare in ballo questo gene si può subito rispondere che gli animali non parlano come noi a causa di una diversa conformazione dell’apparato fono-articolatorio e comunque anche per il fatto che noi abbiamo aree del cervello specificamente deputate all’elaborazione e alla produzione di stimoli verbali.

Nonostante questa impossibilità di comunicare verbalmente con gli animali, è esperienza quotidiana riuscire a farsi capire dagli animali domestici. In rete trovate video in cui animali sembrano o si sforzano a replicare il linguaggio umano, un pò come fanno i pappagalli, ma ovviamente un cane o un gatto non potrà mai parlare la lingua umana, è il nostro cervello che legge in quei versi assonanze con la nostra lingua.

Mishka il cane il cui verso sembra dire “I love you”

Il gatto Tiggy (a 0:24 del video sembra dire “I love you”)

In letteratura esistono i casi di alcune scimmie antropomorfe con cui si è riusciti ad ottenere degli ottimi risultati di comunicazione. Il caso dello scimpanzè Washoe che negli anni 70 riuscì ad apprendere la lingua dei gesti dei sordomuti nordamericani imparando ben 120 segni e riuscì a creare anche nuove frasi elementari. Un altro caso importante si è documentato negli anni 90, il caso di Kanzi, un bonobo che fu istruito a comprendere enunciati complessi in lingua inglese e fu in grado di dimostrare il possesso ricettivo della sintassi da parte di un primate non umano, imparando inoltre spontaneamente a gestire un linguaggio artificiale di tipo simbolico.

Gli animali parlano, eccome se parlano! basta solo saperli ascoltare.

Bibliografia:
Animal loquens di Stefano Gensini – http://www.lafeltrinelli.it/products/9788843052776/Animal_loquens/Stefano_Gensini.html
http://www.amigdala.info/blog/genetica/foxp2-il-gene-del-linguaggio/
http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20081229114717AAQ51S7

Primissimi passi nella lettura dei pensieri, gli scienziati decodificano delle parole dai segnali celebrali

I ricercatori dell’Università dello Utah sono stati in grado di tradurre i segnali del cervello in parole usando due griglie di 16 microelettrodi impiantati sotto il cranio, sulla parte superiore del cervello (il paziente che volontariamente per questo esperimento era già parte del suo cranio rimosso per curare la sua epilessia). Griglie di elettrodi sono stati collocaeti su centri del linguaggio del cervello.

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(Fonte: Kellis Spencer, Università dello Utah. Un array di 16 microelettrodi – conosciuta come griglia microECoG.)

Sono stati registrati i segnali celebrali generati mentre il paziente leggeva una lista di 10 parole (sì, no, caldo, freddo, fame, sete, ciao, arrivederci, più e meno) ogni parola è stata ripetuta tra le 31 e le 96 volte, i ricercatori sono dovuti  venire in contro alla stanchezza del paziente.

Successivamente quando gli scienziati hanno provato a distinguere i segnali cerebrali di una parola dai segnali delle altre nove parole sono stati in grado di distinguerli per ogni parola con una percetuale variabile dall 28% al 48% . In verità non è moltissimo in percentuali ma in ogni caso sono percentuali superori a quelle che si possono ottenere selezionando casualmente i risultati (10%), questo indica che c’è una fondatezza dell’esperimento.Questa ricerca potrà un giorno contribuire a creare dispositivi in grado di convertire i pensieri delle persone gravemente paralizzate in discorsi pronunciati dal computer.

Bibliografia:

http://www.eurekalert.org/pub_releases/2010-09/uou-tbs090110.php

Musica e cervello: quali sono gli effetti della musica sul nostro cervello – la musicoterapia

Che la musica abbia un certo effetto su di noi è una cosa già assodata,gli effetti della musica sono una esperienza che viviamo ogni giorno nelle nostre vite. E’ una cosa naturale voler ascoltare della buona musica per poter rilassarsi, per ritrovare a volte la via nei momenti bui. La scienza in questo caso ci da delle conferme, negli ultimi anni prolificano sempre più ricerche sul rapporto stretto tra musica e cervello. In molti ospedali nel mondo si pratica la musicoterapia, la musica in questi ambiti è usata per la gestione del dolore, per contribuire a scongiurare la depressione, per calmare i pazienti, per alleviare la tensione muscolare e addirittura per l’epilessia.

Ad esempio una ricerca inglese ha provato che far ascoltare ai pazienti le melodie e le strofe più amate agirebbe da stimolo per il recupero dei deficit visivi nei casi di ictus. Diverse ricerche all’università di stanford hanno provato che la musica provoca variazioni dei livelli di attività cerebrale ,la musica può portare benefici duraturi per il nostro stato d’animo e quindi sul nostro corpo, anche dopo diverso tempo che abbiamo smesso di ascoltarla. Diciamo quindi che la musica può fare molto per noi e specialmente per il nostro cervello da cui ricordiamo dipende tutto il nostro benessere, ma a volte si esagera su i suoi effetti positivi e sulla rete o sui giornali ecco che spuntano le bufale più assurde, è famoso il caso del così detto ‘Effetto Mozart’.

Wolfgang Amadeus Mozart, nome di battesimo: Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart (Salisburgo, 27 gennaio 1756 – Vienna, 5 dicembre 1791), fu un genio della musica che morì a soli 35 anni lasciandoci delle opere meravigliose. Nel 1993 due fisici Gordon Shaw e Frances Rauscher condussero un esperimento che mostrava come dei ragazzi avevano migliori risultati nei test di ragionamento ascoltando una particolare sonata. La sonata K448 per piano del musicista austriaco sarebbe quella che fece aumentare temporaneamente di 8-9 punti il quoziente intellettivo degli ascoltatori.

Ya-Fei Chuang, Robert Levin Mozart Sonate D-Dur, KV 448, Allegro con spirito

L’esperimento fu poi condotto in molte altre università e i dati che ne uscirono fuori furono che non esiste nessun effetto mozart, sicuramente la sua musica fa bene, ma non ci rende più intelligenti. Quello che se ne può trarre da questa ultima notizia è quindi solo che in generale la gente fa meglio quando è stimolata. Ma non è finita qui! Pochi giorni fa sui giornali si è letto che una città della Nuova Zelanda (Christchurch) nel suo centro cittadino ha introdotto dei diffusori acustici che diffondono la musica di Mozart e questo sembra abbia portato alla diminuizione dei reati negli ultimi 2 anni. Ovviamente non c’è nulla di scientifico in una notizia del genere, ma a noi piace pensare che anche questa volta Mozart abbia messo il suo zampino.

Oggi quando uscirete di casa non dimenticate di mettere nel vostro lettore mp3 qualche melodia di Mozart, potrebbe salvarvi la vita!

NB.Per le celebrazioni del 250° dalla nascita del grande artista, la Radio Svedese (Radio Sweden International) ha messo a disposizione 27 bellissimi concerti podcast scaricabili gratuitamente in formato MP3 ad altissima qualità. Attenzione! ogni singolo file è di circa 50-70 MB. Direi ottimi per fare un CD :-) http://sverigesradio.se/Podradio/xml/p2_mozart_high.xml

Bibliografia:

http://stress.about.com/od/tensiontamers/a/music_therapy.htm

http://www.uwosh.edu/psychology/rauscher/Nature93.pdf

http://www.uwosh.edu/psychology/rauscher.htm

http://www.stanford.edu/dept/news/pr/2006/pr-brainwave-053106.html

http://salute24.ilsole24ore.com/articles/3236-musica-per-lictus-le-note-di-mozart-restituiscono-la-vista

http://it.notizie.yahoo.com/10/20101109/tod-nuova-zelanda-mozart-e-arma-segre…

Falsi miti: l’uomo utilizza solo il 10 percento del suo cervello.

Nel corso degli anni, il mito che si usa solo circa il 10% del cervello è stato diffuso a livello planetario e questa affermazione è spesso falsamente attribuita ad Albert Einstein. In verità ogni parte del cervello è utilizzata. Non ci vuole molto a capire che questa affermazione è falsa. Riflettiamo: intuitivamente, se il 90% del cervello non è utilizzato per una qualsiasi cosa, allora ipotetici danni riportati da queste parti del cervello che comprendono il 90% non inciderebbero su una persona. In realtà, però, un qualsiasi danno, anche piccolo, tende ad avere effetti profondi sulla persona che lo subisce. Andando sul concreto e utilizzando le moderne tecnologie di scansione del cervello, quali Positron Emission Tomography (PET) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI), ci dimostrano che anche mentre stiamo dormendo ogni parte del cervello mostra almeno una piccola quantità di attività e la maggior parte dei settori del cervello sono attivi in un dato momento.

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Ad oggi sono state fatte notevoli quantità di ricerche per mappare il cervello in modo da capire ogni parte a quale funzione sia destinata. Non sono state trovate aree inutili, che non abbiano una funzione anche se alcune ancora non sono comprese. L’origine di questo mito potrebbe essere dovuto a Santiago Ramón y Cajal il quale scoprì che le cellule della glia (sono cellule che, assieme ai neuroni, costituiscono il sistema nervoso) superano di nove volte il numero dei neuroni i quali rappresentano solo il 10% della cellule cerebrali, facendo così erroneamente spargere la teoria. E’ facile capire anche perchè questo mito è diventanto così popolare, a chi non piacerebbe riuscire a sbloccare quel 90% e poter fare cose straordinarie? Tipo poteri telecinetici o psichici? Ma i sogni è meglio lasciarli ad Hollywood…

Bibliografia:

http://it.wikipedia.org/wiki/Sfruttamento_del_10%25_del_cervello

Studi sulla possibilità di cancellare i ricordi brutti e traumatici

La notizia è di pochi giorni fa, alcuni ricercatori della della John Hopkins University negli Stati Uniti hanno rimosso in alcuni topi una proteina dalla regione del cervello responsabile nel ricordare della paura. La ricerca effettuata è relativa alle cure del disturbo post traumatico da stress.

Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (o Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD) consiste in una reazione emozionale estrema e solitamente cronica ad un evento traumatico che danneggia gravemente la vita del soggetto; è classificato come un Disturbo d’Ansia a causa delle caratteristiche dei suoi sintomi. Per capire bene di cosa stiamo parlando gli eventi che generano tale disturbo comprendono, ma non si limitano a questi, il subire o essere testimoni di una violenza sessuale, incidenti, lotta, calamità naturali, o la morte inaspettata di una persona amata, inoltre questo stesso stato lo si ritrova anche in situazioni di guerra è infatti denominato anche nevrosi da guerra, proprio perché inizialmente riscontrato in soldati coinvolti in pesanti combattimenti o in situazioni belliche di particolare drammaticità.

Ci si rende conto quindi di come possa essere importante riuscire a creare un trattamento farmacologico che possa aiutare queste persone. Durante gli ultimi hanno si sono susseguiti diversi studi sulla possibilità di cancellare i ricordi quello che si è arrivato a stabilire è che i ricordi potrebbero essere cancellati attraverso l’esercizio costante. Tramite risonanza magnetica si è visto che la soppressione dei ricordi avviene nella corteccia prefrontale del cervello, in particolare in regioni come la corteccia visiva, l’ippocampo e l’amigdala.Il cervelletto, contrariamente a quanto creduto sino ad oggi, non presiede solo all’attivita’ motoria, ma gioca un ruolo importante anche per l’area emozionale.

Se si pensa al processo di dimenticare fatti e cose accadute viene subito a mente il morbo di Alzheimer alcuni studi hanno dimostrato che queste persone dimenticano gli avvenimenti ma non le emozioni legati a questi. Molte case farmaceutiche stanno testando pillole per cancellare i brutti ricordi, ma tutto potrebbe essere inutile se alla fine l’emozione che quel ricordo cancellato ha prodotto rimane ancorata nel nostro cervello. La ricerca continua…

 

Bibliografia:

http://www.ilprisma.org/articolo86.htm

http://www.galileonet.it/news/8684/se-voglio-ti-cancello

http://www.medicinalive.com/neurologia/memoria-ricordi-emozioni/

http://salute.agi.it/primapagina/notizie/201011021238-mon-rsa1013-creata_tecnica_per_cancellare_i_ricordi_traumatici